3 lingue ausiliarie nate prima della Grande Guerra

Il termine lingua artificiale (o conlang, dall’inglese constructed language) indica una lingua sviluppata “a tavolino”. Ciò significa che tutti gli aspetti della lingua vengono progettati arbitrariamente, sulla base di un “modello ideale”.

A che scopo, ti stai chiedendo?
Beh, le lingue artificiali “nascono” per motivi diversi.

Ci sono, ad esempio, le lingue artistiche, nate per conferire più realismo alle ambientazioni di film o romanzi. È il caso del newspeak, la neolingua pensata da George Orwell per il romanzo 1984, modellata secondo la teoria della relatività linguistica. O delle dozzine di lingue create da J.R.R. Tolkien per il suo universo incantato.

Esistono anche le lingue filosofiche, sviluppate nel rispetto dei principi di una determinata corrente filosofica. Uno degli esempi più famosi è la lingua universale elaborata dal religioso e filosofo britannico John Wilkins intorno alla metà del Seicento.

Curiosamente, la lingua universale di Wilkins non nasce “pensata” come una lingua filosofica in sé, bensì come lingua ausiliaria – ovvero per facilitare la comunicazione tra popoli che non hanno una lingua in comune.

È proprio il bisogno di comunicare che ha dato vita al maggior numero di lingue artificiali – anche se l’industria dell’intrattenimento di recente sembra averne riscoperto il fascino.

Tra le lingue ausiliarie, quella che ha avuto maggior fortuna è l’esperanto, sviluppato dal medico polacco L. L. Zamenhof a partire dal 1870 circa. Tuttavia, tra Ottocento e Novecento la spinta alla creazione di una lingua franca autenticamente neutrale ha dato vita a decine di lingue artificiali.

Alcune di queste hanno storie molto particolari.
Qui ne trovi tre, tutte nate prima della Grande Guerra.

Solresol

Il Solresol si basa sulle note della scala musicale occidentale. È stato sviluppato nel secondo decennio dell’Ottocento da Jean-François Sudre, violinista e compositore francese.

Sudre aveva un obiettivo ambizioso: creare una lingua musicale universale, che permettesse di comunicare in qualsiasi contesto e tramite qualsiasi mezzo. Il Solresol infatti può essere parlato, suonato ma anche scritto in diversi modi:

  • su pentagramma
  • trascrivendo le note in alfabeto latino
  • sostituendo le note con numeri

… e persino dipinto, sostituendo le note musicali con i colori dell’arcobaleno.

Al culmine del suo sviluppo, il vocabolario del Solresol arrivò a contenere 2260 parole. Tuttavia, la struttura di questa lingua rendeva difficile separare chiaramente i vocaboli… e per questo motivo ebbe una diffusione molto limitata.

Volapük

Nel 1879 Martin Schleyer, sacerdote cattolico tedesco, pubblicò sulla rivista Sionscharfe un articolo sul Volapük, una lingua da lui stesso ideata. L’anno successivo formalizzò in un libro questa nuova lingua ausiliaria, che ebbe subito un grande successo a livello internazionale.

In pochi anni, infatti, nel mondo furono fondati oltre 250 circoli di sostenitori del volapük. Si stima, inoltre, che nel periodo di maggior diffusione fosse parlato da oltre 100.000 persone.

Schleyer puntava a creare una lingua facile da imparare, che permettesse di comunicare in modo chiaro e preciso. Ne risultò una lingua agglutinante sostenuta da un insieme complesso di regole grammaticali, con quattro casi per i sostantivi (nominativo, accusativo, genitivo e dativo), sei tempi ed otto modi verbali.

Come a volte accade nella Storia, i sostenitori della diffusione del volapük iniziarono a dissentire tra loro. Questo, insieme al parallelo sviluppo dell’esperanto, segnò il declino di questa lingua.

Tuttavia, il volapük non è scomparso: ancora oggi esiste un’Accademia internazionale (con otto membri) che mira a sviluppare ulteriormente la lingua. Per i più curiosi c’è Vükiped, la versione in volapük di Wikipedia.

Latino sine flexione

Ideato nel 1903 da Giuseppe Peano, matematico piemontese con il pallino della semplicità, il Latino sine flexione ebbe discreta fortuna nell’ambiente scientifico.

Complice anche un’astuta operazione di marketing …
… con un tocco di copywriting da maestro.

Affascinato ed ispirato dall’idea della characteristica universalis di Leibniz, Peano creò una versione estremamente semplificata del latino classico. Eliminò casi e generi, ridusse al minimo l’uso di coniugazioni e declinazioni, abolì moltissime regole grammaticali.

Poi, per presentare la sua lingua al mondo, scrisse un articolo in cui spiegava, passando progressivamente dal latino classico al sine flexione, i principi della nuova lingua.

L’impresa linguistica di Peano rispondeva ad un problema reale.

Il latino aveva perso il suo scettro di lingua internazionale nell’ambiente scientifico. Gli accademici, quindi, avevano sempre più difficoltà a leggere e comprendere le ricerche, pubblicate in molte lingue nazionali diverse.

In pochi anni, il latino sine flexione si affermò a livello internazionale, arrivando sulle pagine delle riviste scientifiche e nei congressi. Tuttavia, la sua fortuna scemò velocemente dopo la morte del suo creatore, avvenuta nel 1932.

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